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Origini di Jesolo

24 May 2018

 

 

 

 

 

Equilo, da equus = città dei cavalli, e, a seconda delle trascrizioni anche Equilio, Esquilio, poi Esulo, Lesulo, Jexulo, Jexollo, a seconda delle trascrizioni, oggi Jesolo, ebbe i natali durante l'Impero Romano quale vicus (= villaggio) su di un'isola in prossimità della foce del Piave: era una delle numerose tappe dove le imbarcazioni mercantili sostavano, soprattutto d'inverno, all'interno della laguna, al riparo da venti (Bora) e tempeste, sul percorso da Ravenna, porto dove s'imbarcava il grano della IX regione augustea, Aemilia, alla grande città-fortezza di Aquileia, baluardo dei confini orientali di Roma.

Esposti alle continue invasioni barbariche (dal V secolo in poi), una parte degli abitanti indifesi di Altino ed Oderzo, ed anche del Trevigiano e del Bellunese, scendendo il Piave, scelsero Jesolo quale ultimo rifugio.

cattedrali e abbazie romanecattedrali e abbazie romanecattedrali e abbazie romanecattedrali e abbazie romane

I primi dogi e la guerra tra Jesolo ed Eraclea

Caduto l'Impero Romano, Jesolo e le altre città dell'estuario veneto (Rialto, Murano, Burano, Torcello, Malamocco, S. Pietro in Volta, Chioggia, Brondolo, Fossone, Eraclea, Fine, Caorle, Grado e Cavarzere), rimaste senza una guida politica, formarono una congregazione, dandosi un autonomo governo, eleggendo (697) a capo di esso Paoluccio Anafesto, il mitico primo doge, con capitale Civitas nova (Eraclea), posta al centro geografico del Comune Venetiarum.
Gli abitanti di Jesolo, però, mal sopportavano che il governo avesse sede in Eraclea, sapendo la loro città di origini più illustri ed antiche, richiedendo, inutilmente, di diventare sede dogale. Quando il Doge eracleese, Orso Teodato, trasferì, nel 742, il centro del potere a Malamocco, per assicurarsi, con l’interposizione di un’ampia distesa di acque, la sicurezza esterna, ma anche quella interna, con l’allontanamento della nemica Equilo, la contestazione verso i dogi eracleesii aumentò.
Nel 755, l’equileiese Galla, usurpando il potere dogale, rialzava la fortuna della sua città, ma per poco, ché veniva deposto dal malamocchino Domenico Monegario, e quando otto anni dopo anche questi subì la stessa sorte, l’autorità suprema passava nelle mani di una famiglia eracliana, quella dei Gabbai, che, sostenuti da Bisanzio, poterono tenerla per quasi mezzo secolo.

Nell’804 Equilio con Malamocco riusciva ad atterrare l’antica rivale, ma non a risollevare se stessa. Il tribuno di Malamocco Obelerio, proclamato doge dai partigiani dei Franchi esuli in Treviso (nel piccolo Stato nascente chi parteggiava per i Bizantini, chi per i Franchi, a seconda dei propri interessi) con l’aiuto degli Equiliani, costringeva alla fuga i Gabbai e smantellava Eracliana, centro del partito bizantino. Sennonché all’apparire delle squadre navali, corse da Costantinopoli in aiuto degli amici, l’una al comando di Niceta nell’807, l’altra al comando di Ebersapio nell’809, Obelerio ed il figliolo, che si era associato al potere, dovettero prendere di nuovo la via dell’esilio e il principato tornò nelle mani di un eracliano, Agnolo Partecipazio [Particiaco].
E finalmente, allorché nell’anno successivo, la flotta dei Franchi, capitanata dal Pipino, figlio di Carlomagno, invase le lagune occupando e danneggiando ogni centro, all’infuori di Rialto, che in quell’occasione si rivelò un baluardo sicuro, in Rialto (810) trasportavasi definitivamente il governo ed Equilio ed Eracliana passavano, con tutti gli altri centri loro pari, in seconda linea (G. Pavanello, L’Antica Jesolo e la moderna Cava Zuccherina, in L’illustrazione veneta, n. 9, anno 1927).

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